Festività

Rosh Hashanà è chiamato nella tradizione ebraica “Yom Hadin” (giorno del giudizio).
La Mishnà dice che in questo giorno tutti gli uomini “passano davanti a Lui come un gregge”. Secondo i commentatori questa espressione sta ad indicare un giudizio individuale.
Ognuno di noi viene giudicato personalmente, individualmente. Non può scaricare le proprie responsabilità sugli altri. Non può imputare alla società le proprie mancanze. È il momento in cui ciascuno è chiamato a fare i conti con se stesso e con Dio.

Ma non c’è solo il giudizio individuale. La Mishnà conclude dicendo che alla fine vengono visti tutti “con un unico sguardo”. Sembra proprio che si parli di un giudizio collettivo, in aperta contraddizione con quanto detto precedentemente.
La contraddizione è però solo apparente. R.Sh. Wobbe afferma che a Rosh Hashanà ci sono due diverse modalità di giudizio. Da una parte veniamo visti e giudicati come singoli indipendentemente dalla nostra relazione con la collettività, ma dall’altra parte veniamo giudicati come Anshe’ Chellal (uomini collettivi). Viene cioè giudicata la nostra relazione con gli altri, il nostro contributo al bene della collettività.

Noi a volte usiamo gli altri come alibi per sfuggire alle nostre responsabilità.
L’atteggiamento richiesto dalla tradizione ebraica è diametralmente opposto. Ci viene chiesto di riflettere su noi stessi, di assumerci le nostre responsabilità e di impegnarci costantemente per migliorarci. Ma dobbiamo anche dimostrare di essere “Anshe’ chellal” (uomini della collettività) di essere cioè utili agli altri, impegnati nel dare il nostro contributo al benessere (materiale e spirituale) della Comunità.

In ebraico la parola yachid (singolo) e yachad (insieme) vengono dalla stessa radice.
Noi spesso ci chiediamo che cosa gli altri facciano per noi. A volte può essere utile ribaltare la domanda e chiederci cosa possiamo noi fare per gli altri, in che modo possiamo contribuire al miglioramento della nostra Comunità.

Un grande maestro dell’ebraismo italiano (R.M.Ch. Luzzatto) afferma che ognuno di noi ha una missione da compiere. Capire quale sia questa missione ed attuarla è il fine ultimo della nostra stessa esistenza. Se riusciremo a farlo contribuiremo a migliorare noi stessi, la nostra Comunità e il mondo intero.
Rav Alfonso Arbib