Festività

Pèsach

Una delle interpretazioni date dai nostri Maestri alla parola Pesach è Pe sach - Bocca che parla. Quest’interpretazione ne coglie uno degli aspetti caratteristici: è una festa in cui si parla molto. Si legge e si commenta la Haggadà e c’è chi si dilunga fino a tarda notte a commentare l’uscita dall’Egitto e le sue implicazioni. Ma come si parla? Non sempre parlare è positivo. Rabban Shimon Ben Gamlièl nei Pirké Avòt loda il silenzio e lo considera sinonimo di saggezza. Le parole possono essere vuote e retoriche e nascondere l’incapacità di ascoltare; ma la parola è anche qualcos’altro. Quando viene creato l’uomo il testo dice: “E l’uomo sarà un essere vivente”. Onkelos (la traduzione aramaica della Torà) traduce “essere vivente” con “spirito parlante”.
La parola è l’elemento caratterizzante degli esseri umani. Attraverso le parole esprimiamo i nostri sentimenti, le nostre emozioni e i nostri pensieri più profondi. Attraverso la parola preghiamo e studiamo. Nella Haggadà di Pèsach tutti parlano: i genitori, i figli, i maestri e gli al- lievi; e tutta la Haggadà è costruita come risposta alle domande del figlio più piccolo.
Pèsach è la festa della libertà e non c’è libertà senza la possibilità per ognuno di esprimersi, di parlare, e di domandare. Ma quando le parole sono espressione di tutto ciò e quando invece sono vuote e retoriche? La Haggadà è costruita, abbiamo detto, sulle domande del figlio. La capacità di porsi delle domande è segno di ricchezza interiore, quando perdiamo questa capacità, le nostre parole diventano vuote. La domanda è la percezione di un vuoto che chiede di essere riempito; è la coscienza di una mancanza. Noi a Pèsach festeggiamo la libertà. La liberazione dall’Egitto è anche la liberazione dai pericoli e dai danni della superbia e dalla presunzione dell’uomo. Festeggiamo questa liberazione ponendoci delle domande, prendendo coscienza della nostra e dell’altrui imperfezione.
Rav Alfonso Arbib