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La Comunità ebraica di Mantova. Gli anni d’oro della vita ebraica a Mantova si identificano con il ducato dei Gonzaga, sotto il cui governo, nel XVI secolo, gli ebrei divennero tanto numerosi (oltre tremila) da rappresentare il sette per cento dell’intera popolazione. In quegli anni, e per un secolo, la comunità gravitò intorno alla corte con medici (la famiglia Portaleone), attori (Leone de’ Sommi e sua sorella Madame Europa), musicisti (Salomone Rossi). Fino a che, nel 1612, la situazione politica cambiò radicalmente e gli ebrei dovettero entrare nel ghetto. Iniziò allora un periodo di miseria, reso ancora più drammatico dal saccheggio dei lanzichenecchi della città, tra il 1620 e il 1630, e dall’epidemia di peste che seguì, per la quale essi furono accusati di essere gli untori. Terribili calunnie che indussero molti a lasciare la città: alcuni (circa 600 persone) furono accolti dal vicino principe di Bozzolo; altri (un migliaio) si imbarcarono sul Po su zattere, ma morirono travolti dalla corrente. Dopo questi eventi la comunità risultò dimezzata, iniziando un lento ma inarrestabile declino.
Nel 1708 Mantova passò sotto il dominio degli Asburgo d’Austria i quali, nel 1791, emanarono le Patenti, che concedevano le prime libertà agli ebrei. All’arrivo delle armate napoleoniche, gli ebrei parteciparono attivamente alla nuova stagione di lotte di cui condividevano gli ideali; un rabbino della comunità di Mantova, Abraham Vita Cologna, partecipò ai lavori del Sinedrio napoleonico.
Patrioti e martiri. Gli ebrei della zona, attivi durante le guerre risorgimentali (Giuseppe Finzi, di Rivarolo Mantovano, fu uno dei martiri di Belfiore), iniziarono a lasciare dapprima le località di campagna e poi la stessa Mantova. Già all'inizio dell'Ottocento si trasferirono in particolare a Milano, costituendo il primo nucleo di questa comunità.
Durante le persecuzioni, un gruppo di ebrei, molti dei quali anziani provenienti dalla casa di riposo di Milano, fu rinchiuso nell'edificio comunitario di via Giovi e di là, dopo alcuni giorni, deportato nei campi di sterminio nazisti. Oggi la comunità conta poche decine di persone.
La sinagoga. L’area del ghetto è stata profondamente trasformata per lo sventramento del 1904. E’ però possibile ricostruirne il perimetro, che era chiuso da quattro portoni: il primo all'angolo di via Giustiziati; il secondo in piazza Concordia (ex piazza dell'Aglio); il terzo in via Spagnoli (ex contrada degli Orefici ebrei); il quarto in via Bertani (ex contrada del Tubo). Su piazza Concordia si affacciavano tre sinagoghe, tutte di rito tedesco: quella Porta, del 1588, e quelle Ostiglia e Beccheria o Grande, entrambe del 1595. Chiuse al culto nel 1846, le prime due, e nel 1900, l’ultima, furono demolite durante i lavori di risistemazione del quartiere. Via Bertani era l'arteria principale del ghetto. Su questa via, all'angolo con via Scuola Grande, prospettavano due sinagoghe di rito italiano: la Norsa Torrazzo del 1513 (rifatta nel 1751) e la Grande italiana del 1635 (rifatta nel 1749). La prima è stata ricostruita fedelmente in via Giovi n. 11 tra il 1899 e il 1902, ed è tuttora in uso; la seconda fu demolita nel 1938 e il suo arredo fu portato in Israele nel 1956, a Benei Brak, nella Jeshivà Ponevez, dove si trova tuttora. Sempre in via Bertani, all'angolo con via S. Francesco di Paola, si trovava la terza sinagoga di rito italiano, la Cases, del 1595. Fu demolita nel 1929. Il suo aròn fu portato in Israele, e si trova oggi a Gerusalemme nella sede del rabbinato, Echal Shlomo.
La casa dei rabbino. In via Bertani n. 4 si trova la così detta “casa del rabbino”. Abitata forse da rabbini, è interamente decorata con fregi e mascheroni e presenta una bella facciata seicentesca, arricchita da sei formelle con immagini tratte da storie bibliche. Un piccolo balcone, con una ringhiera in ferro battuto, sovrasta il portone d'ingresso.
Alcune strade, come via Governolo, piazza Bertazzoli, via Norsa e piazza Sermide, possono dare un'idea della vecchia struttura del ghetto; in questa zona gli edifici sono stati ristrutturati mantenendo l'architettura originaria. Subito fuori dal suo perimetro, al confine di piazza Sermide, c’è via della Dottrina cristiana posta forse in questa posizíone per esorcizzare la vicina presenza ebraica.
L’attuale sinagoga. La sinagoga è in via Giovi n. 11. L'edificio comunitario, di tre piani, nel 1825 ospitava una casa per anziani. Nel suo cortile interno tra il 1899 e il 1902 fu ricostruita una copia della sinagoga Norsa Torrazzo, che era destinata a essere abbattuta di lì a poco per lo sventramento del ghetto.
La sinagoga, unica rimasta in città, riproduce fedelmente la pianta, la struttura, le decorazioni di quella antica, di cui ha mantenuto gli arredi. La pianta è rettangolare, ampiamente finestrata lungo i due lati lunghi, interrotti a metà da due nicchie circolari illuminate da finestre. In ogni nicchia, in posizione sopraelevata di tre gradini, sono posti, l'uno di fronte all'altro, l'aròn e la tevà settecenteschi, entrambi in legno finemente istoriato.
Le antìne dell'aròn, ornate con volute vegetali, sono racchiuse tra colonnine tortili, che contribuiscono a impreziosire l’arredo. I banchi, in legno scuro, sono posti su due file parallele, da una parte e dall'altra dell'area di preghiera. Il matroneo poggia sulla parete d'ingresso su colonne, affacciandosi sulla sala con una balaustra aperta, anch'essa a colonne. Dal soffitto pendono lampadari in ferro battuto; quello centrale, il più grande, fu elettrificato all’inizio del secolo. Sulle pareti sono stati riprodotti, con calchi, gli stucchi originari che non hanno potuto essere staccati dalle pareti quando fu smantellata la vecchia sala. Essi ricordano la la famiglia Norsa Torrazzo che nel 1751 aveva costruito la sala di preghiera, e versetti dei salmi. Nell'edificio, oggi di dimensioni ridotte rispetto all’originale, c’è la sede comunitaria e l'antico archivio, il quale conserva libri e documenti dal 1522 al 1810, registri di stato civile dal 1750 ad oggi, l’archivio amministrativo dal 1910, gli archivi del tribunale rabbinico oltre a manoscritti e libri a stampa. Una parte importante dell’antica Biblioteca comunitaria è conservata alla Biblioteca comunale (via Ardigò) e all’Archivio diocesano.
Il cimitero. Si trova in via Legnano e risale al 1797, anno in cui fu spostato quello preesistente fuori le mura. Nella parte più antica furono traslate anche le lapidi del cimitero di Sermide.
Curiosità. Nel centro storico, sull'area della chiesa di Santa Maria della Vittoria, in via Claudio Monteverdi, sorgeva nel 1496 la casa del banchiere Daniele Norsa. Quando comprò l'edificio ebbe il permesso di cancellare, dietro compenso, l'immagine sacra che ornava la facciata. Però, appena lo fece, il popolo scese in piazza, e Francesco Gonzaga, per calmarlo, impose al banchiere di buttare giù la casa e costruire al posto una chiesa, dedicandola alla vittoria di Fornovo (1495) dei Gonzaga sui francesi. Un anonimo pittore della scuola del Mantegna ricorda l'episodio in un dipinto, conservato nella basilica di Sant'Andrea: una Sacra Famiglia, con San Gerolamo che tiene in mano il modellino della chiesa e, ai suoi piedi, il banchiere Norsa, con il segno distintivo sul mantello.
SINAGOGA:
via G. Govi, 13 - tel./fax 0376 321490
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